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Resoconto del giorno trenta: da Polla a Casalbuono

Partiamo da Polla, pronti per affrontare il trentesimo giorno che, da programma, dovrebbe essere tranquillo.
Il camper si ferma a metà percorso e attende i camminatori per pranzo.
Prepariamo un’insalata di riso ben condita e attendiamo il momento del ricongiungimento.
I tre camminatori arrivano distrutti, sia per il sole cocente, sia per la fatica non ancora smaltita del giorno precedente che a distanza di ore, ancora si fa sentire.
Federico dichiara la resa per oggi e dato che il corpo gli dà segnali chiari di stanchezza, preferisce dargli ascolto e non strafare, quindi resta a bordo: si lava e va a dormire.
Gigi e Saso invece amano soffrire, si infilano dei sassolini nelle scarpe, si vestono di nero e mettono dei pantaloni a zampa di elefante in velluto per ripartire (scherzo eh, ma è per dare l’idea).
Dopo un’oretta che Federico non dà segni di risveglio, decidiamo di partire lo stesso per Casalbuono che magari si sveglia mentre andiamo. Niente.
Arriviamo a destinazione, parcheggiamo e facciamo anche un paio di manovre per posizionarci bene sulle grate di scarico dell’acqua, avanti, indietro, avanti indietro, frena, vai, stoooop.
Ma Federico si è svegliato? Niente.
Casalbuono è un paesino tranquillo, di quelli con due bar, una farmacia, un panificio, un tabaccaio e un barbiere. Si sviluppa in altezza, con tutte le case arroccate una sull’altra e una bella vista sulla valle, di quelle che rimette l’uomo nel mezzo della natura e lo fa sentire piccolo al confronto dell’universo. Crea lo stesso sconcerto dei cieli neri e stellati delle notti d’estate, quella strana confusione tra onnipotenza energetica e inutilità cosmica.
Quando ti confronti con l’infinito puoi decidere di farne parte oppure sentirti dannatamente piccolo e finito, dipende dall’umore della giornata forse, o dall’atteggiamento alle cose o alla capacità di vivere il presente qui e ora, o forse dipende da qualcosa che ancora mi sfugge, non so.

Comunque per tornare a noi, vi starete chiedendo ma Federico?
Niente.
Sono le 16 e trenta e il nostro camper è parcheggiato a lato di un piccolo parco giochi.
La piazzetta è vuota e si sente solo il rumore dell’acqua che sgorga con getto continuo, dalla fontana al centro del parchetto. Sul muro d’ingresso c’è una targa che dice in memoria di tutte le vittime di mafia.
Prendo le mie borse e, su indicazione di Gianni che ha già perlustrato la zona, mi dirigo in uno dei bar del paese, proseguendo avanti per duecento metri.
Mi posiziono e prendo un caffè bellebbuono, come dicono da Caserta in giù (o almeno fino a qui).
Gli occhi dei clienti del bar sembrano scanner ai raggi x. Ogni volta che qualcuno valica la porta, superando i fronzoli della tendina di perline di plastica, la reazione è sempre la stessa. Prima si fermano un secondo con facce stupite, poi salutano, si abituano alla mia presenza e fingono indifferenza, continuando a sbirciare ogni tanto con la coda dell’occhio. Dopo i primi dieci, faccio quella concentrata sul mio lavoro e anche loro mantengono le distanze, ogni tanto alzo lo sguardo e saluto o sorrido in modalità random, a secondo della situazione. Io colgo sempre queste occasioni, per prendere i miei appunti antropologici e confermare o riformulare le mie conoscenze socio-empiriche.
Intanto sono le 18 e di Fede ancora nessuna notizia. Inizio a preoccuparmi. Dopo un po’ gli mando un messaggio di verifica e non ricevo nessuna risposta.
Quando più tardi decido di chiamare Gianni, il dormiente è appena riemerso dal torpore onirico.
Alle venti mi raggiunge al bar e insieme cerchiamo di prenotare il volo per il viaggio di ritorno, perchè se qualcuno se lo fosse chiesto, Passouno è una traversata di sola andata, per ora. Quindi dopo il quattro agosto, la nostra convivenza in camper si concluderà e poi vedremo quale sarà il PassoDue. Non temete,vi terremo aggiornati.

Intanto al camper GigicavallodirazzaMarino, prepara il sugo all’amatriciana per la cena di stasera e noi ne approfittiamo per fare due chiacchiere con il ragazzo che gestisce il bar a conduzione famigliare. Avrà al massimo 25 anni ed è arrivato da poco per iniziare il suo turno, ci vede e si incuriosisce. Ci fa un sacco di domande e, ovviamente, la conversazione diventa un dibattito partecipato, al quale prendono parte tutti i presenti, che ne approfittano per togliersi la curiosità.
Dalla base ci richiamano per la cena e così dobbiamo congedarci e raggiungere il camper, anche perchè più tardi abbiamo il nostro appuntamento del giovedì con la diretta radio.
Finiamo di cenare, come al solito, verso le undici passate e l’ultima cosa che ricordo è  Federico che mi invita a non dormire sul tavolo e ad andare a letto.
Mi trascino nel letto vestita come sono. In una prova di sonnambulismno ed equilibrismo mi arrampico ai piani alti e mi addormento mentre gli altri salutano in coro Antonello Anzani con un fragoroso ciaoooo.
Ecco appunto, ciao proprio.

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Laura Callari

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