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Sveglia con caffè napoletano e poi si va a Castellammare

Il ventiseiesimo giorno ci svegliamo a Napoli in un pigiama di sudore. Il caldo afoso, favorisce l’effetto sauna e rende questo risveglio un po’ traumatico e difficoltoso.
Siamo tutti distrutti e, nel dubbio, durante la colazione ci facciamo un giro collettivo di integratori e sali minerali.
Saso non sta tanto bene, gli gira la testa e ha la nausea.
Lo lasciamo sul camper a riprendersi un attimo, mentre andiamo a cercare un bar : non possiamo andare via da Napoli senza aver provato almeno un caffè.  Mentre camminiamo per strada in cerca di una caffetteria aperta, mi accorgo di quanto sia strana e commovente questa città alle otto di una domenica mattina.

Le strade sono vuote e silenziose e i vicoli sembrano disegnati dalle pennellate di luce date dal sole.
Troviamo quello che fa al caso nostro e chiediamo quattro caffè al banco, dove, appena dietro, c’è un enorme scodella trasparente piena di un liquido denso e cremoso color beige scuro.
Federico inizia a fare domande sul mito del caffè napoletano, chiede se è vero che l’acqua fa la differenza e poi chiede che cosa sia quella crema.
Il barista dice che è la crema di casa, fatta con lo zucchero e il primo caffé che esce dalla moka. Poi carica il macinato fresco nei braccetti della macchina, preme più volte e carica ancora. Avvita, prende delle tazzine che sono a bagno in una vaschetta e preme il pulsante. Spegne, aggiunge un cucchiaio di crema ed è pronto. Uau e che profumo. Prendo la tazzina in mano ed è bollente, cerco di avvicinarla alla bocca e scotta da morire. Ma non si può bere, esclamo. Il barista dice che c’è un trucco, basta usare il cucchiaino per bagnare un po’ il bordo interno della tazzina usando il caffè e così si raffredda un po’. Ah, ora ho capito quando si dice un caffè bollente. Nonostante io sia una caffeinomane convinta, questo approccio mi sembra un po’ maniacale, ma mi adeguo, anche perché essendo riuscita ad evitarmi le ustioni alle papille gustative, posso assicurare che il sapore è spaziale. Adesso sì che siamo pronti per iniziare la giornata.

Torniamo al camper e i tre si equipaggiano per partire  in direzione Castellammare di Stabia.
Con il camper percorriamo un pezzo di tangenziale e poi Gianni decide di prendere l’autostrada per evitare le stradine e le complicazioni dell’entroterra.
Ecco che per questa nostra scelta semplicistica, il karma decide di punirci e quando siamo a pochi chilometri dall’arrivo, arriva la telefonata di Saso che lancia l’S.O.S. per i soccorsi e chiede di essere recuperato. Ops! Sì ok, arriviamo, ma siamo a 20 chilometri di distanza. Mi è sembrato quasi di sentire il moribondo esclamare il suo stupore in una tipica espressione del posto tipo alla facc du ca** (qui lo usano come se fosse una comune esclamazione).
Comunque usciamo dall’autostrada e cerchiamo di recuperarlo nel minor tempo possibile se solo…
Se solo non sbagliassimo strada e non ci incastrassimo col camper in un simpatico vicolo a senso unico, strettissimo, dal quale non possiamo procedere e così siamo costretti a fare una megamanovra in retro e in discesa, mentre le macchine che arrivano da dietro, si bloccano in un ingorgo e suonano all’impazzata.
Gianni suda freddo, io intanto faccio la parcheggiatrice e grido cose tipo vai vai, a destra, su, vai tranquillo, Stoooop , bo boBO!
Passiamo i 10 minuti più stressanti delle nostre vite, ma finalmente riusciamo a tornare sulla strada giusta.
Dopo non molto recuperiamo Saso che tuttosommato ha abbastanza forze per cazzìare Gianni, quindi deduco non sia poi così grave: sospettiamo di un abbassamento di pressione a causa del caldo, del sole e della stanchezza accumulata nei giorni.
Piano piano ci rimettiamo in cammino verso Castellammare, ma questa volta percorrendo la statale che attraversa tutti i paesini.
Saso si siede vicino a Gianni e si rende conto dopo poco che la viabilità non è proprio ottimale e che segnaletica e guida spericolata non aiutano affatto. Se ne accorge quando ad un certo punto arriviamo davanti a una rotonda e siamo costretti a fermarci per paura che le strade siano troppo strette per le dimensioni del nostro mezzo.
Chiediamo informazioni a un signore che passa di lì e lui, per tranquillizzarci, come prima cosa dice: Noooo avete sbagliato tutto! Poi ci spiega dodici strade diverse, si dilunga in spiegazioni contorte finchè alla fine ci dice di andare sempre dritto e che più avanti arriviamo sulla strada che cerchiamo.
E in effetti arriviamo tranquilli e sereni alla meta. Facciamo un giro di ricognizione sul lungomare per capire dove sia meglio parcheggiare e poi io scendo dal camper alla ricerca di una postazione di lavoro. Oggi scelgo la pizzeria Mascolo 1953, grazie alla pedana esterna coperta con vista lungomare, che io chiamerei dehors, se non avessi il presentimento che non tutti capiscano di cosa sto parlando, come non capivo io prima di trasferirmi a Torino.

Ad ogni modo il locale sembra ancora chiuso, ma dentro c’è qualcuno che sta accendendo il forno, chiedo se posso sedermi fuori a lavorare e la risposta è positiva. Più tardi arriva il proprietario che mi guarda con espressione interrogativa, io mi presento e spiego. Lui è un po’ diffidente, ma dopo un paio di scambi di parole, si dimostra disponibile e interessato anche al progetto. Chiacchieriamo un po’ e mi offrre addirittura un caffè, come segno di amicizia. Gli chiedo se posso tornare a lavorare dopo pranzo e dice che va bene, ma che stasera non posso stare. Perfetto, grazie.
Raggiungo Saso e Gianni  al camper parcheggiato lì vicino. Sono appena tornati dal supermercato, quindi organizziamo un pranzo al volo, mentre aspettiamo i due camminatori superstiti che dovrebbero arrivare a breve.

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Pranzo e torno alla pizzeria che però trovo chiusa per la pausa pomeridiana, essendo in deficit di batteria del computer, devo per forza cercare una nuova postazione lavorativa. Azz.

Mi sposto di poche centinaia di metri e trovo un lounge bar con arredi all’ultimo grido e tantissime prese di corrente tutte per me.
Chiedo se posso approfittarne e dopo aver ricevuto l’ok, mi posiziono. La cameriera mi fa capire che dovrei consumare qualcosa, quindi opto per un caffè shakerato. Mi arriva una crema supercremosa al caffè, molto buona. Completamente diversa dal caffè shakerato che conosco io, ma davvero ottima.
Intanto ho avuto un’idea: mi piacerebbe incontrare un maestro pizzaiolo, perché alle Officine si promuovono anche i mestieri e le arti tradizionali e cosa c’è qui di più azzeccato  e affascinante dell’arte della pizza?
Faccio una ricerca su google e tra i risultati mi viene segnalato Pasquale Bisogno, maestro pizzaiolo abitante a Salerno, che sarà la nostra tappa di domani.
Chiamo e spiego un po’ il progetto e cosa facciamo. Pasquale inizialmente mi dice che domani è lunedì e il suo locale è chiuso e quindi non può aiutarci, ma quando sente parlare di promozione delle arti, tradizione e innovazione, gli si illumina una lampadina e mi propone una cosa fantastica. Mi racconta che il suo locale si chiama Nonna Nannina e che prima di aprirlo, ha studiato per diverso tempo le mosse di sua nonna e così ha assimilato tutti i segreti della tradizione e li ha rielaborati per farne i punti di forza del suo ristorante. Mi dice che se vogliamo, possiamo incontrarci dalla nonna.
Fantastico! A domani, allora.

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Avendo tutte le comodità, a parte le sedie, che sono dei grossi troni di plastica lucida e nera, difficilissimi da spostare per alzarsi o assumere una postura corretta, ne approfitto per lavorare fino all’ora di cena, quando vengo richiamata dalla base per la partenza verso una postazione adatta alla sosta serale.
Partiamo. Io sono al telefono per mantenere la privacy della mia conversazione con un’amica, mi chiudo nell’unica stanza appartata del camper: la toilette. In bagno ci saranno duecento gradi, c’è molta umidità e il movimento della guida, non mi aiuta a mantenere l’equilibrio.
Continuo a sbattere da una parte all’altra, ma nonostante questo non demordo e cerco di concentrarmi sulla conversazione (amica, poi non dire che non ti voglio bene).
Fuori non so cosa stia accadendo, ma il continuo vagare interrotto da soste, mi fa immaginare che non si riesca a trovare un luogo adatto alla notte.
Quando esco trovo i PassoUno boys con delle facce strane. A quanto pare, sbagliando strada, siamo finiti in un quartiere che mi è stato descritto come il Far West, ma io ero rinchiusa in bagno e non ho visto nulla.
Intanto piove e la nostra ricerca sta diventando snervante. Decidiamo, su proposta di Gianni, di entrare in autostrada e fermarci nell’area di sosta più vicina.
Così facciamo e anche questa serata volge al termine.
Ceniamo con la frittata di cipolle preparata nel pomeriggio da Gigi Marino e dopo una breve riunione, ci spegniamo.
Plic.

 

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Laura Callari

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