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Fano – Montignano Marzocca e la tribù delle noci sonanti

La tredicesima mattina, ci svegliamo tra il verde di Molino Monacelli.
Facciamo colazione e Ilaria ci prepara la schiscetta da portar via, più un carico di zucchine, cetrioli e fichi appena raccolti.
I camminatori partono a ritmo sostenuto, mentre io e Gianni ci spostiamo verso la meta di oggi, ma sul tragitto, decidiamo di fermarci all’altezza di Senigallia.
Io mi avventuro in cerca del mare e di un angolo per scrivere evitando la nausea da frena frena, parti parti, in camper.
Trovo quello che cercavo: un paradiso di tavolini sulla spiaggia, all’ombra di una casetta bianca, costruita con assi di legno, che fanno molto Rimini Rimini.
In tutto questo non manca il bar, ben fornito di ghiaccioli, calippi e gelati, nei quali mi immergo in cerca del calippo alla coca, come in andata gioventù.
Ora non manca più nulla. Che partano le dita e il concerto del  tichitichitichitì!
Intanto i camminatori procedono e scopro dopo qualche ora, quando ci ricongiungiamo, che a pochi chilometri dall’arrivo a Montignano Marzocca, il ginocchio di Gigi Marino inizia a cigolare, trasformandolo da Gigi Eritema a GigiGinocchioEritema.
Tutti al bat camper e ci spostiamo sul lungomare per un bagno e un po’ di volantinaggio.
Mentre parcheggiamo, veniamo avvicinati dalla polizia che ci chiede di fermarci e di fornire i documenti.
Scopriamo dopo un primo momento di tensione, in cui con sguardi complici e silenziosi ci chiediamo dove abbiamo sbagliato, che gli agenti sono stati incuriositi dal nostro GranDuca Bianco e così si sono avvicinati per farci qualche domanda, prendendo come scusa quella di un controllo generale.
Chiacchieriamo un po’, raccontando del nostro progetto, dei tre boys partiti da Milano e arrivati a Montignano a piedi, dello scopo di questo viaggio e dell’utilità del camper. I poliziotti salutano, ci augurano buon viaggio e vanno via.
Sul lungomare c’è un bel passaggio e in tanti si fermano a chiedere informazioni, oppure rallentano la marcia per leggere le scritte sul camper e curiosare.
Intanto io resto a bordo e cerco di trovare informazioni sulla nuova segnalazione della Cartisan che per la serata ci propone la tribù delle noci sonanti.
Su internet non esitono contatti diretti di questo luogo, ma in molti ne parlano. Si trova a Cupramontana, trovo un indirizzo a cui si chiede di mandare una lettera per ricevere delle risposte. Con l’aiuto di Google, faccio delle ricerche incrociate e leggo una specie di forum dove si parla di questa tribù e del Seminasogni: un opuscolo mensile scritto in parte a mano, sul quale pubblicano articoli, poesie e informazioni. Trovo questo messaggio e ne approfitto per chiamare Felice, chiedendogli dettagli aggiuntivi ed eventualmente un contatto diretto.

seminasogni cupramontana tribù noci sonanti officine passounoDice di mandare una lettera.
IO – Ma noi siamo qui di passaggio, non mi può dare un numero di telefono?
FELICE – Ma non ha il telefono e non vuole neanche che lo si utilizzi quando si è lì.
IO – Ah. Ok.
FELICE – Se vuoi posso spiegarti come arrivarci, sono molto disponibili all’accoglienza.
IO – Ah. Ok. Grazie
Mentre io gioco a fare il detective, Saso e Gigi fanno il primo bagno in mare e poi si mettono a suonare la chitarra e a parlare con i passanti. Vengono agganciati da un signore romano che si ferma a parlare e li invita a seguirlo con la promessa di una birra. Quando gli sconosciuti offrono le caramelle bisogna rifiutare, ma se si tratta di birre, è tutta un’altra storia.

Maturiamo un po’ di perplessità sulle prospettive per la serata, ma quando il gruppo torna ad essere completo, mettiamo ai voti la scelta.
Si va o non si va?
Dobbiamo andare lì e cercare l’indirizzo e capire che cos’è, ci mettiamo in viaggio e lasciamo che sia il fato a decidere per noi.
Arriviamo a Cupramontana dopo quasi un’ora e facciamo più volte avanti e indietro sulla stessa strada, senza trovare quello che cerchiamo.
Il sole sta per tramontare e capiamo dopo un po’ che bisogna abbandonare il camper e percorrere una stradina a piedi attraversando il bosco.

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Il sentiero è dissestato e in discesa e a occhio nudo non si vedono case all’orizzonte.
Gigi non vuole rischiare col ginocchio e io non sono proprio convinta di volermi addentrare in una foresta al calare del sole. Mandiamo avanti Saso, Fede e Gianni, che sembrano essere ben predisposti al mood da Indiana Jones.
Noi aspettiamo sul camper, pronti a chiamare gli elicotteri, nel caso non dovessero tornare entro un paio d’ore. Ci sediamo sul camper in attesa e Gigi ad un tratto mi chiede: Ma secondo te, mia moglie (la Cartisano) ce l’ha con me? Cosa le ho fatto che mi manda nella foresta? Sta cercando di dirmi qualcosa?

Dopo una mezz’ora buona, ci chiama Saso e dice che dobbiamo assolutamente raggiungerli, che la strada è percorribile, che potrebbe essere utile una torcia per il ritorno e che siamo stati invitati per cena. Ci tocca!
Spinti dalla curiosità, ci attiviamo e ad attenderci troviamo una casa con porta e finestre spalancate, la luce del fuoco all’interno e un buon odore di legna che brucia. Tutt’intorno pace e rumore di cicale.
Ci accoglie Fabrizio, un signore dal fisico asciutto e muscoloso, che lascia trasparire una buona salute, nonostante l’età. Ci accoglie in casa, dove conosciamo anche Alessio e Siddharta, il figlio di Fabrizio. Alessio è di casa, non abita lì, anche se ci ha abitato in passato per un lungo periodo. Siddharta, invece, abita lì un mese sì e un mese no; ha i capelli lunghi, biondi e lucidissimi, è vegetariano e ha sette anni. Si copre con un lenzuolo, mentre si lamenta pe le zanzare che lo pizzicano.

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Mi avvicino subito a Siddartha e inizio a fargli qualche battuta, lui è un po’ diffidente, ma dopo poco, mi mostra il suo libro degli animali, la scatola degli aeroplani di carta e i suoi disegni. Fogli pieni dei colori della natura come marrone, verde, arancione e azzurro: pagine e pagine di solo cielo, di tutti gli azzurri possibili e diversi.

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Parliamo un po’ e giochiamo, in attesa della cena che Fabrizio sta preparando sui fornelli della stufa a legna.
Apparecchiamo mettendo la tovaglia a terra e disponendoci a cerchio tutti insieme.

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Quando è pronta la cena, mi giro verso Siddharta e mi accorgo che si è addormentato, come se fosse crollato in un attimo. Fabrizio lo sistema bene sul materassino e lo copre con premura.
Durante la cena ci confrontiamo.
Questo è il momento delle domande, per capire, per raccontare, per ascoltare.
Siamo tutti un po’ assuefatti dall’atmosfera e i discorsi scorrono bene.

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IO – Fabrizio, ma come fai a vivere in questo modo?
F –È l’unico che mi pare avere un senso.
IO – Da quanto tempo abiti qui?
F – Da 27 anni.
IO – Come fai a vivere senza corrente?
F- Non mi serve, la corrente è per chi usa gli elettrodomestici e io non ne ho.
IO- Quando cercavo questo luogo, mi aspettavo di trovare tanta gente. La tribù è un insieme di persone, invece qui ne trovo solo 3. Forse quando sei venuto qui volevi creare una comunità?
F – Questo è un luogo di passaggio, la gente viene e abita qui per dei periodi brevi o lunghi. Le porte sono aperte a tutti. Il nome è in ricordo di una signora che abitava qui vicino e spesso diceva che siamo come le noci nel sacco. Una noce da sola non fa rumore, ma tante noci insieme producono dei suoni.

Parliamo ancora un po’ e dopo aver consumato la cena a base di cereali, pasta e verdure, ringraziamo e salutiamo, perchè ci attende una bella camminata nel bosco e ancora 45 km di strada, per raggiungere il punto di partenza per la tappa successiva.
Camminiamo in fila indiana in silenzio, al chiarore della luna quasi piena, ognuno sta con i suoi pensieri nella testa, con delle domande nel cuore, l’odore del fuoco nel naso e la luce negli occhi.

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Laura Callari

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